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Dott. Paolo Titolo

Il Dott. Paolo Titolo si occupa di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva.Dirigente Medico c/o Azieda Ospedaliera C.T.O. di Torino nell’ambito della patologia traumatica / microchirurgica si occupa di patologie della mano, del polso e del gomito come :

  • Tunnel carpale
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CURRICULUM VITAE


Sedi professionali

Dr. Paolo Titolo visita a Torino (Piemonte) presso:

C.T.O – CENTRO TRAUMATOLOGICO ORTOPEDICO

(Ospedale – Pubblico) Via Zuretti 29 TORINO (TO) Qualifica di Dirigente Medico nel reparto/U.O. di Ortopedia. Per contatti o appuntamento telefonico: Tel.: 0116933595 E-mail struttura:  info@paolotitolo.it

CENTRO SEBASTOPOLI

(Studio Professionale – Privato) Corso Sebastopoli 39 /bis TORINO (TO) Per contatti o appuntamento telefonico: Tel.: 0113181032 E-mail struttura: info@paolotitolo.it


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Mallet finger ( Dito a Martello della mano – Lesione di Segond )

Atteggiamento tipico del Dito a martello o Mallet finger

Introduzione


Il  dito a Martello  o ” Mallet Finger” è una deformità del dito che si verifica in seguito alla rottura sottocutanea del tendine estensore vicino alla sua inserzione sulla falange ungueale. E’ una patologia molto comune che si verifica in seguito ad un trama e che è caratterizzato dall’atteggiamento in flessione  dell’ultima falange del dito.

 Anatomia:


Le dita lunghe sono composte da 3  falangi ( il pollice ne ha 2). Sulla base dell’ultima falange (dove si trova l’unghia)  si inserisce dorsalmente ll tendine estensore che permette di estendere il dito (aprire  la mano).

Cause:
Il dito a martello o Mallet finger è causata dalla rottura dell’apparato estensore a livello dell’inserzione sulla falange distale che generalmente  avviene per  trauma in flessione del dito
Spesso la lesione è causata  da traumi anche banali specie nelle donne di casa (rimboccando le coperte del letto, oppure togliendo una calza) o anche da  traumi diretti   in particolar negli uomini che fanno lavori pesanti e negli sportivi che usano le mani (urto contro una porta, pallonata giocando a pallavolo)

Lesione apparato estensore nel dito a martello

Sintomi:


Il paziente non riesce ad estendere l’ultima falange che si trova atteggiata in flessione (piegata verso il basso).
L’articolazione (interfalangea distale) si può presentare tumefatta, arrossata e dolente alla palpazione
Spesso la lesione è causa di dolore

Diagnosi:


La diagnosi è clinica. Lo specialista vi chiederà di estendere e flettere il dito per verificare il funzionamento dei tendini.
Sarà richiesta una Radiografia perchè spesso ci può essere il distacco di  un frammento osseo che rimane attaccato al tendine estensore ( si parla comunemente di avulsione del frammento osseo)

dito a martello / mallet finger con avulsione di grosso frammento osseo

Trattamento:


Il trattamento varia in base al tipo di lesione.
In caso di  lesione dell ‘apparto estensore senza frammento osseo il trattamento  di scelta è il  posizionamento di un tutore di Stack o una stecca metallica per mantenere il dito in lieve iperstensione che va mantenuto e mai rimossa per 6 settimane e poi mantenuta solo al notte per ulteiori 3 settimane
Il paziente deve sapere che successivamente  il dito potrebbe  tornere comunque  flesso( ma non compromette le funzioni lavorative /quotidiane).
In caso di un piccolo distacco osseo  il trattamento di scelta rimane quello descritto precedentemente
In caso di riscontro di un grosso  frammento osseo ( quando coinvolge più del 30-50% della superficie articolare – spesso associato radiograficamente ad assenza della congruenza articolare  o  sublussazione articolare )  si può proporre l’intervento chirurgico. Esistono varie tecniche. Le più utilizzate consistono nella stabilizzazione del frammento mediante dei fili metallici.

trattamento con tutore

Cosa deve sapere il paziente


Il paziente deve essere consapevole che  il dito recupera raramente una completa estensione (rimane spesso lievemente flesso al termine del trattamento per via della riparazione in allungamento o mancata riparazione del tendine).
La permanenza in flessione  costituisce un danno estetico, ma non impedisce di svolgere lavori pesanti e le normali attività quotidiane non diminuisce la forza della mano.
Il tutore o stecca metallica vanno mantenuti perché se questa lesione non viene  trattata adeguatamente  anche l’articolazione a valle ( interfalangea prossimale ) potrebbe risentirne provocando una deformità definita ” collo di cigno” (si sviluppa  più frequentemente nei soggetti  con articolazioni particolarmente lasse)
Esistono eventuali interventi chirurgici  che si possono proporre nei casi in cui il trattamento incruento ( con tutore o stecca metallica)  sia fallito  o nei casi in cui la lesione non sia stata trattata da subito (intervento di tenodermodesi; tenotomia secondo Fowler, artrodesi interfalangea distale).

Epicondilite – Gomito del Tennista

Cos’è l’epicondilite?

Il gomito del tennista (epicondilite) è un disturbo che colpisce non solo chi gioca a tennis ma anche soggetti, non necessariamente praticanti attività sportive, che usano ripetutamente i tendini del gomito per esigenze professionali (barbieri, carpentieri, dattilografi, muratori, operatori ai videoterminali, pittori, sarti ecc.).

E’ un processo infiammatorio che interessa l’inserzione dei muscoli estensori del polso e delle dita  sull’epicondilo,  la sporgenza ossea che si può palpare sul lato esterno del gomito e che è sede di dolore.

L’epicondilite viene considerata  come una sindrome da sovraccarico funzionale , patologia che si può instaurare  in seguito alla la ripetitività quotidiana e per lunghi periodi di tempo, di determinati movimenti.

Colpisce più frequentemente le persone con età compresa tra  i 30 e i 50 anni.

Sintomi

Il dolore può essere spontaneo e senza apparente causa, ma più spesso è provocato da un’intensa attività sportiva o da alcuni banali gesti della vita quotidiana: avvitare un tappo, aprire una porta, versare dell’acqua da una bottiglia.
Un sintomo di questa affezione e’ un dolore acuto e sordo nell’avambraccio. La zona ossea della parte esterna del gomito (area segnalata all’esordio) si manifesta come la più dolente e a volte il paziente nota una riduzione di forza nel braccio ad alzare un oggetto con la mano.

Qual’e’ la causa del gomito del tennista?

Non si sa con certezza quali sono le cause del gomito del tennista.
Il dolore proviene da alcune piccole fibre situate all’interno del tendine (cordone che unisce il muscolo all’osso). Il tendine affetto e’ quello che unisce alcuni muscoli dell’avambraccio all’osso del gomito, chiamato epicondilo laterale. Questi muscoli controllano l’estensione del polso e delle dita. Si pensa che in certi movimenti energici alcune di queste fibre si rompono nel punto dove entrano in contatto con l’osso. Il dolore si produce quando le fibre cercano di autoripararsi. Qualunque tipo di attività che influisca sui muscoli dell’avambraccio (come giocare a golf, fare giardinaggio, usare un cacciavite,…) aumenterà il dolore. Alcune volte, una semplice apertura della mano può risultare dolorosa.

Chi risulta affetto?

ll gomito del tennista non solo colpisce i tennisti, ma spesso appare in soggetti che esercitano attività manuali energiche dell’avambraccio come carpentieri, muratori, macellai, magazzinieri che utilizzano costantemente e con forza i muscoli dell’avambraccio. Gli sport come il tennis, ma anche il golf, baseball, basket, squash producono tensione in questi muscoli.
E’ una affezione frequente nelle casalinghe. Colpisce maggiormente le persone tra i 35 e 60 anni; nonostante ciò è stato descritto in bambini di 2 anni e adulti di 80 anni.
Colpisce allo stesso modo uomini e donne.

Come si può evitare?

Il gomito del tennista si può evitare con semplici rimedi. La cosa più importante è fare dolcemente tutte quelle attività che aumentino improvvisamente una tensione dei muscoli dell’avambraccio. Utile è fare esercizi di stretching prima di iniziare qualunque attività vigorosa dell’avambraccio. Gli esercizi di stretching devono essere eseguiti lentamente e progressivamente lungo tutti gli archi di movimento anche se si sente una certa resistenza.

Modalità di trattamento

E’ diagnosticato dal medico con un semplice esame clinico e può essere trattato in diversi modi, a seconda della gravità.
I trattamenti sono i seguenti:

  • Riposo delle articolazioni

Il trattamento con il maggiore successo consiste nell’evitare le attività che causano dolore. Se l’avambraccio e il gomito si mantengono inattivi, il recupero si ottiene in 6-8 settimane. Mettere un piccolo tutore al gomito mentre si realizzano attività energiche dell’avambraccio di solito allevia il dolore. Altro presidio utile e’ uno splint che mantenga il gomito e alcune volte il polso a riposo. Se il gomito del tennista e’ scatenato da un’attività lavorativa ripetitiva, può esser utile il cambiamento dell’attività stessa o del gesto lavorativo abituale.Se i sintomi non scompaiono anche quando si limitano le attività, dovrà essere consultato lo Specialista Curante.

  •  Riduzione del dolore

Per alleviate il dolore si usano dei FANS (antinfiammatori non steroidei) assunti per bocca o con dei cerotti locali. Utile associare, specie in questa fase, cicli di terapie fisiche locali. Se il dolore impedisce di lavorare o e’ resistente ai medicamenti antinfiammatori e’ utile eseguire un’infiltrazione locale di steroidi nella zona affetta.
Nelle successive 24 ore tale infiltrazione può causare fastidi in sede locale, quindi scompare.
Il miglioramento conseguente può durare settimane o mesi.

  • Chirurgia

Se i sintomi persistono è necessario l’intervento. La procedura chirurgica consiste consiste nell’asportazione delle fibre degenerate del tendine. Alcune volte potrebbe essere necessario anche la liberazione di un nervo che si chiama interosseo posteriore. Il recupero postoperatorio consiste nel riposo e successiva fisioterapia con esercizi di stretching e rinforzo muscolare. I1 recupero di solito dura 3 mesi e i risultati sono generalmente buoni.

Morbo di Dupuytren

Che cos’è La malattia di Dupuytren?


Grave Dupuytren conivolgente dito indice, medio , anulare e mignolo

La contrattura o malattia di Dupuytren è una patologia che colpisce la fascia palmare, una struttura presente nel palmo della mano, determinando prima la formazione di noduli a livello palmare e successivamente cordoni fibrosi duri che progressivamente  producono una retrazione  fissa delle dita in flessione. Sono colpite particolarmente  da questa retrazione il dito mignolo e il dito anulare .

 

Quali sono le cause?


La causa della comparsa della malattia di Dupuytren  è in parte sconosciuta. Le principali ipotesi evidenziano il ruolo della predisposizione genetica (molti pazienti ricordano in famiglia zii o nonni con lo stesso problema). Tale patologia infatti ha una netta prevalenza nei soggetti di carnagione chiara e di sesso maschile e si sviluppa generalmente dopo i  50 anni . Il Dupuytren non sembrerebbe essere causato da traumi o da eccessivo utilizzo della mano nelle attività lavorative. Alcuni studi mettono in eveidenza come la contrattura derivi da una complessa iterazione di processi biochimici e cellulari.

Esistono dei fattori di rischio che possono favorire lo sviluppo della malattia di Dupuytren come l’utilizzo di alcool ed alcune patologie come il  diabete o l’epilessia.

 

Quali sono i sintomi?


Come conseguenza della malattia la fascia palmare progressivamente   si retrae  determinando prima la formazione di noduli a livello palmare e successivamente cordoni fibrosi duri  sottocutanei che impediscono  l’estensione volontaria  delle articolazioni delle dita e che progressivamente retraggono le dita  che risultano piegate verso il palmo.
Raramente è dolorosa. Alcune persone presentano la stessa affezione alla pianta dei piedi e occasionalmente in altre sedi.

La patologia evolve in vari stadi ( i gradi sono vanno intesi come somma delle articolazioni colpite per dito):

  • Stadio 0: si caratterizza per la presenza di noduli  fibrosi sottocutanei  apprezzabili alla palpazione superficiale in corrispondenza del palmo senza tuttavia retrazione delle dita
  • Stadio I: si ha una retrazione con flessione delle dita compresa tra 1°- 45° gradi
  • Stadio II: la flessione delle dita è compresa tra 46° e 90°
  • Stadio III: la flessione delle dita varia dai 91° ai 135°
  • Stadio IV: la flessione delle dita varia dai 136° ai 180°

 

Come si diagnostica ?


La diagnosi è sostanzialmente clinica da parte dello specialista. Generalmente  non vengono richiesti esami particolari per la diagnosi.

 

Quando si tratta?


Nonostante in passato siano state proposte terapie mediche  o fisiche (applicazione di tutori correttivi), l’unica terapia efficace per tale tipo di patologia è chirurgica.
Il trattamento chirurgico  risulta indicato quando la contrattura ha già limitato il movimento delle articolazioni delle dita che si può facilmente testare con la “prova del tavolo”. Se il paziente riesce a posizionare il palmo e le dita estese completamente su un tavolo il test si considera negativo e il paziente non necessita dell’intervento chirurgico. Nel caso in cui le dita e il palmo della mano non possano essere posizionate completamente piatte sulla superficie del tavolo bisogna ricorrere all’intervento chirurgico. Quando il test è positivo è importante essere valutati dal medico specialista per l’eventuale indicazione chirurgica poiché è probabile che la condizione della mano andrà gradualmente peggiorando.
La difficoltà nel raddrizzare completamente il dito dopo il trattamento chirurgico è  spesso proporzionale al periodo di tempo intercorso dalla comparsa della rigidità delle dita in flessione.

 

Come si cura?


Esistono  diversi tipi di interventi per trattare il Dupuytren

Iniezione di collagenasi
Recentemente sono stati introdotti sul mercato le collagenasi ,  farmaci capaci di sciogliere e rompere le corde. Questo nuovo trattamento è di solito riservato negli stadi iniziali e promette di rivoluzionare i ltrattamento della malattia. La metodica consiste in una infiltrazione che deve essere eseguita da uno specialista . Dopo 24 ore si procede a una manovra che rompe la corda e permette l’estensione del dito.
E’ possibile trattare una sola corda tendinea per volta

Aponeurotomia palmare 
Nelle forme intermedie o nei pazienti che non possono sottoporsi ad intervento chirurgico per  motivi di salute  è possibile eseguire l’aponeurotomia percutanea, che consiste nel sezionare le corde aponevrotiche per mezzo di un ago. L’intervento richiede tra i 15 e i 30 minuti in anestesia locale.

Aponeurectomia selettiva

Caso precedente dopo intervento chirurgico di aponeurectomia con risoluzione delle retrazioni in flessione delle dita

L’intervento classico viene definito  Aponeurectomia selettiva e consiste nell’asportazione  della fascia palmare patologia. Si esegue in anestesia di plesso brachiale (addormentando il braccio)  ed in regime di Day Surgery.
Dopo l’intervento potrebbe essere necessario posizionare una stecca per proteggere la cicatrice da eccessive trazioni. La stecca verrà successivamente rimossa e solo nei casi più gravi mantenuta di notte anche fino a 60 giorni dall’intervento chirurgico. La rimozione dei punti avviene dopo 2 settimane.

 

Quali sono i problemi o complicanze dopo l’intervento?


Alcune volte i nervi sono coinvolti nel tessuto patologico e devono essere separati meticolosamente dal tessuto malato. Dopo l’intervento si possono avvertire transitoriamente dei formicolii sulle dita come conseguenza della liberazione dei vasi sanguigni dai tessuti. Talvolta può risultare molto complesso liberare i vasi e i nervi dal  tessuto patologico ed occasionalmente  possono essere lesi.

Altro problema è il coinvolgimento della pelle nell’ambito delle varie espressioni della malattia per cui alcune volte, specie nei casi di fase avanzata di malattia o recidiva , deve essere talora asportata completamente generando una mancanza di tessuto che sarà rimpiazzata con un trapianto di pelle proveniente da una altra zona dell’arto superiore o del corpo.  Alcune volte è più conveniente non chiudere con dei punti il palmo della mano per evitare ulteriori problemi alla circolazione della pelle in sede di intervento (tecnica “a palmo aperto”). In questo caso, la pelle cicatrizza gradualmente da sola nel giro di due settimane.

Se la contrattura è presente da molto tempo anche l’articolazione dovrà essere curata per rompere quelle aderenze che si sono formate dopo un così lungo periodo di tempo. È possibile che, per un accorciamento dei vasi sanguigni, il dito non possa essere raddrizzato completamente subito dopo l’operazione per evitare l’assenza di circolazione che verrebbe a crearsi ai polpastrelli delle dita. ln questo caso, il dito, dopo l’operazione verrà mantenuto leggermente flesso per poi gradualmente estenderlo nel corso della riabilitazione.

I bendaggi e le medicazioni applicate aiuteranno a proteggere la zona da possibili infezioni. Tale tecnica non impedisce di fare la fisioterapia e la cicatrizzazione non è molto diversa da quella ottenuta con una sutura diretta.

 

Bisogna fare fisioterapia?


Se nel corso dell’operazione si valuta che l’estensione riacquisita è mantenuta senza problemi non sarà necessario eseguire la fisioterapia.
Se, al contrario, si nota una rigidità articolare al paziente verrà consigliato di eseguire della fisioterapia per recuperare la flessibilità delle dita.
Alcune volte occorrono vari mesi prima di recuperare la completa articolarità delle dita. Nei pazienti più gravi e soggetti a particolari programmi di riabilitazione può essere necessario portare tutori speciali durante questo tempo.

 

Può recidivare?


Mentre abitualmente l’asportazione chirurgica del tessuto malato migliora la capacità di flesso-estensione delle dita, in alcune persone la contrattura di Dupuytren può riapparire nella medesima zona dopo un po’ di tempo ( in circa il 20% dei pazienti operati). Tale ricomparsa risulta più frequente quando l’affezione ha vissuto una rapida progressione nella fase iniziale. Se ciò accade si può asportare di nuovo il tessuto malato o asportare la pelle rimpiazzandola con innesto di pelle da altre zone sane. Naturalmente in qualunque momento si può avere un’apparizione della malattia in altre zone della mano o nella mano opposta.

Dito a scatto

Introduzione


Il dito a scatto  o tenosinovite stenosante è una patologia molto frequente. Lo stadio iniziale è rappresentato da  dolore nel palmo della mano durante la flessione e l’estensione di un dito, mentre lo stadio più grave determina il blocco in flessione del dito.
Il dito a scatto è una condizione che può verificarsi a tutte le età, anche nei bambini anche se le le donne di mezza età sono colpite più frequentemente. Il diabete è un fattore di rischio per il dito a scatto.

Anatomia


anatomia mano senza pilugge a sinistra, con pulegge a destra

Per capire l’origine del dito a scatto bisogna conoscere l’anatomia dei tendini flessori delle dita e della mano.

I tendini funzionano come delle lunghe corde che connettono i muscoli dell’avambraccio alle ossa delle dita. I tendini infatti dai muscoli dell’avambraccio attraversano il palmo della mano e terminano sulle falangi delle dita .
Nelle dita esistono delle strutture chiamate  le pulegge formate da tunnel fibrosi entro cui scorrono i tendini, facilitati in questo dalla presenza delle relative guaine. Le pulegge trattengono i tendini vicino alle ossa con lo scopo di ottenere il movimento di flessione delle dita. Se non esistessero le pulegge i tendini formerebbere delle corde d’arco sottopelle nella flessione delle dita.

Cause


punto di blocco tra puleggia e tendine

I tendini flessori normalmente scorrono sotto delle pulegge senza alcun sfregamento.

Se lo spessore del tendine aumenta o se la puleggia è troppo piccola, lo scorrimento diventa inizialmente difficile e doloroso. Più il tendine scorre con difficoltà sotto la puleggia e più si infiamma, aumentando di spessore fino a determinare un vero blocco del dito, generalmente in una posizione di flessione. Il paziente per  sbloccare il dito  deve tirare  avvertendo dolore  con il classico fenomeno di scatto .
Il dito a scatto , soprattutto il pollice, può essere congenito e manifestarsi anche nei primi mesi di vita.
L’ispessimento del tendine nella puleggia  può verificarsi  senza causa specifica ma il più delle volte è determinato da movimenti ripetitivi  di flessione ed estensione del dito (che si verificano per determinate attività lavorative o sportive). Questa situazione crea  un’ infiammazione cronica  che instaura  un circolo vizioso: l’attrito della infiammazione  ispessisce il tendine  che a sua volta aumenta l’attrito e l’infiammazione.

Sintomi


Quali sono i sintomi del dito a scatto?

Il  segno tipico è quello dello scatto del dito  dalla posizione  di flessione a quello di estensione (apertura) quasi sempre associato a dolore. Esistono stadi diversi.Inizialmente il sintomo principale è il dolore a livello palmare il corrispondenza della puleggia basale (a circa 2 cm dalla base del dito) e lo scatto è saltuario. Nelle fasi cronicizzate (dito a scatto da molto tempo ) spesso il paziente non riesce più a distendere il dito attivamente  è deve aiutarsi con l’altra mano per distendere il dito.  L’ultimo  (poco frequente)  è quello del “dito in blocco” in cui  il tendine rimane incarcerato della puleggia determinanado la flessione del dito che il paziente non riesce più ad estendere.

Diagnosi


Quali esami sono utili?

La diagnosi è essenzialmente clinica basandosi sull’esame obiettivo.

  • La radiografia non è un esame utile
  • L’ecografia può invece evidenziale un versamento nella guaina del flessore o l’infiammazione dello stesso
  • La Risonanza Magentica può essere utile solo nei casi dubbi per una  diagnosi differenziale

Trattamento 


Qual è il trattamento di dito a scatto?

Sono disponibili diversi trattamenti:

  • Il riposo: nei casi meno gravi mettendo a riposo le dita  si può migliorare la sintomatologia. Importante evitare  il lavoro manuale e ripetitivo.
  • Antiinfiammatori: la terapia medica può essere utilizzata per cercare di spegnere l’infiammazione.
  • Infiltrazione: si tratta di iniezione di un corticosteroide all’interno della guaina del tendine. Si tratta di un farmaco anti-infiammatorio il cui effetto è quello di ridurre l’infiammazione locale e riducendo l’ispessimento del tendine.  L’infiltrazione è spesso dolorosa nelle prime 24-48 ore  ma spesso risolve il problema dello scatto. Consigliamo cicli di al massimo 2-3 infiltrazioni
  • Chirurgia: Nel caso in cui i precedenti trattamenti non avessere migliorato la situazione o nel caso di dito a scatto di grado severo si potrà eseguire l’ intervento chirurgico. La procedura viene eseguita in anestesia locale  e prevede una piccola incisione, l’apertura della puleggia che determina lo scatto del tendine e la liberazione del tendine stesso.

Complicanze dell’intevento 


Quali sono i rischi specifici?

Le complicanze non sono molto frequenti.
Le principali sono:

  • Lesioni dei nervi  che passano vicino ai tendini (consigliamo di far eseguire la procedura da chirurghi della mano  o ad ortopedici esperti)
  • Aderenze si possono verificare successivamente per il formarsi della cicatrice che possono  limitare lo scorrimento del tendine

 Dopo l’intervento 


Qual è il normale decorso?

Dopo l’intervento chirurgico  il paziente può iniziare a muovere le dita da subito. In alcuni casi sarà richiesto di eseguire la fisioterapia . Alle 2 settimane circa si tolgono i punti e si torna alle normali attività quotidiane e lavorative

L’ Artrosi

Introduzione


Quando parliamo di artrosi, ci riferiamo comunemente ad una processo nel quale la  cartilagine dell’articolazione si trova ad essere consumata.
È una patologia molto frequente nella popolazione che colpisce soprattutto le persone anziane.
L’artrosi colpisce molto frequentemente il ginocchio , l’anca, la schiena e le mani . Ci sono molti modi di trattare l’artrosi  consentendo al paziente di ridurre il dolore, migliorare il movimento dell’articolazione e la qualità di vita

Cenni di Anatomia


Le articolazioni sono strutture anatomiche, talora complesse, che mettono in reciproco contatto due o più ossa. Per evitare fenomeni degenerativi dovuti all’usura, nella maggior parte dei casi si tratta di un contatto non diretto, ma mediato da tessuto fibroso o cartilagineo e/o da liquido.
Il movimento dell’ articolazione e’ reso più agevole dalla presenza della cartilagine che è un tessuto che ricopre entrambe le superfici articolari.
La cartilagine, con la sua superficie liscia e levigata, assorbire gli urti e permette un ottimale scorrimento tra i  capi articolari  che altrimenti avrebbero un attrito troppo elevato causando dei danni all’articolazione
La cartilagine è nutrita ed è resa ancora piu’ scorrevole dalla presenza in articolazione del liquido sinoviale che funziona come un lubrificante.

Cause


Come si rovina la cartilagine?
A differenza dell’osso che ha notevoli proprietà di rigenerazione, la cartilagine articolare non può venire sostituita dopo una sua lesione. La cartilagine con cui nasciamo è destinata  ad essere la stessa per tutta la nostra vita.

L’alterazione cartilaginea può derivare da un’eccessiva compressione che grava sulla zona colpita. In linea generale tutte le condizioni che modificano il normale movimento e l’allineamento dell’anca possono portare ad un consumo o lesione della cartilagine articolare .

  • La degenerazione progressiva (consumo) della cartilagine  dovuta all’età avanzata è la causa più frequente.
  • L’obesità è uno dei fattori di rischi maggiori per lo sviluppo dell’artrosi della articolazioni soggette al carico . Ogni chilogrammo di sovrappeso rappresenta uno sforzo aggiuntivo che le articolazioni dell’ anca, ginocchio e caviglia sono costrette a subire.
  • Anche il tipo di attività lavorativa o sportiva influenzerà la comparsa precoce o meno di un’artrosi. La pratica di tutte quelle attività ad intenso sforzo fisico che sollecitino le articolazioni causando  dei micro- o macrotraumatismi ripetuti, pongono la cartilagine a rischio di danneggiamento
  • Traumi e microtraumi o fratture subite anche in gioventù dove la cartilagine viene ad essere danneggiata in maniera più o meno grave, non sono da trascurare.
  • Il ruolo della genetica, cioè della predisposizione familiare a sviluppare un quadro artrosico, non è completamente nota anche se sappiamo cha alcune categorie di persone hanno una maggior facilità ad esserne colpite.
  • Le  malformazioni anatomiche posso favorire l’instaurarsi di artrosi con quadri clinic anche molto  complessi
  • La necrosi avascolare è un’altra causa di degenerazione della cartilagine articolare. In questa condizione infatti l’osso  perde l’afflusso di sangue  e va in necrosi (muore). Questa situazione porta alla degenerazione articolare.
  • La cartilagine inoltre può essere seriamente danneggiata anche a causa di malattie reumatiche come l’artrite reumatoide oppure come conseguenza di una precedente infezione all’articolazione i cui effetti sono talvolta devastanti.

Sintomi


Che disturbi causa l’artrosi?
Il dolore e la rigidità di un’articolazione sono le manifestazioni più classiche dell’artrosi.
Il primo sintomo è il dolore .Il dolore di solito peggiora  nel corso della giornata o con l’utilizzo dell’articolazione, presentandosi talvolta anche la notte  disturbando il sonno.
Progressivamente al dolore si instaura anche la rigidità dell’articolazione
In uno stadio avanzato, l’eventuale formazione di  escrescenze osse (osteofiti) e l’ispessimento della sinovia (tessuto che sta all’interno dell’articolazione) possono portare ad una  limitazione molto importante dei movimenti (quasi un blocco articolare).

Diagnosi


Come si fa diagnosi di artrosi?Il Medico deve potervi visitare ed ascoltare la storia su come e’ nato il dolore.

Nel caso di un trauma importante nel corso della vostra vita sull’articolazione coinvolta  segnalatelo al  Medico.
E’  indispensabile fare delle  radiografie ben fatte  che sono sempre l’esame di partenza che possono darci delle informazioni importantissime.
Ricordate che la TAC e la Risonanza Magnetica non servono a fare diagnosi di artrosi ma eventualmente, solo a dare alcune informazioni in determinati casi.

Trattamento


Come si cura l’artrosi?

Trattamento non chirurgico


L’artrosi non può essere guarita, ma sono disponibili diverse  terapie per alleviare i sintomi e di rallentare la degenerazione della cartilagine.
qui riportiamo i principali punti  da considerare:

  1. Riposo/esercizio. Una delle domande più frequenti  e se si devono limitare le attività lavorative/sportive. In linea generale  con  un’articolazione artrosica il dolore si può intensificare con l’aumento delle attività fisiche. Il dolore può essere ridotto limitando temporaneamente  queste attività. Ricordate tuttavia che mantenere l’articolazione  in movimento con esercizi e stretching è fondamentale per evitare il peggioramento dell’artrosi e ritardare un eventuali interventi chirurgici.  Si consiglia pertanto di condurre una vita attiva quanto il dolore lo consente. Ricordate Inoltre che la vita sedentaria comporta una perdita di forza muscolare ed un peggioramento della qualità dell’osso.
  2. Antidolorifici: ne esistono tanti tipi.  Sono fondamentali per controllare il dolore. È importante segnalare al medico se soffrite di gastrite od ulcera, se avete delle allergie o se esistono altre patologie che ne sconsiglino l’uso.
  3. Tutori. I tutori in alcune articolazioni posso limitare l’escursione articolare, limitando il movimento e quindi il dolore
  4. Bastone/stampella. Il bastone può essere un’ausilo importate quanto l’artrosi colpisce arto inferiore. Due precisazioni: 1). Tenere il bastone con la mano opposta rispetto al lato dove l’anca fa male (controlaterale) 2). Il bastone/stampella deve essere sistemata alla giusta altezza.
  5. Peso. Perdere del peso qualora sia necessario può alleviare il dolore ed è indispensabile per non peggiorare l’artrosi. Perdere 1 Kg di peso equivale a ridurre di 3 kg lo stress all’anca durante la normale deambulazione! Ricordate inoltre  che l’obesità può rendere anche più difficile l’eventuale intervento di protesi all’anca e porta a maggiori complicanze postoperatorie. A volte può essere difficile perdere peso dalò momentoche non si riesce ad esserte attivi  a causa del dolore all’anca. In questi casi rivolgetevi ad un dietologo.
  6. Fisioterapia. La fisioterapia gioca un  ruolo fondamentale nel trattamento dell’artrosi. L obiettivo primario è quello di controllare il dolore e mantenere mobile l’articolazione . Oltre agli esercizi che vi proporrà il fisioterapista , il vostro ortopedico o fisiatra potrà prescrivere i seguenti trattamenti:
    • TENS: consiste in un’apparecchiatura elettronica che invia degli stimoli non dolorosi con la funzione di ridurre il dolore. Non dovrebbe essere eseguita in pazienti con pace-maker od in gravidanza.
    • Ionoforesi: mediante un’apparecchiatura elettronica, vengono inviati degli stimoli indolore che permettono la penetrazione attraverso la pelle di farmaci come ad esempio gli antidolorifici od i rilassanti della muscolatura. Sconsigliato nei portatori di pacemaker, mezzi di sintesi metallici interni per pregresse fratture, lesioni cutanee, epilessia.
    • Ultrasuoni: sono delle onde sonore ad alta frequenza non percepibili dall’orecchio umano ed indolore, il cui effetto terapeutico è quello di produrre calore che porta ad una riduzione del dolore e della contrattura muscolare.
    • Magnetoterapia: praticata grazie a delle apparecchiature che generano un campo magnetico di bassa intensità, che promuove la riparazione dei tessuti lesionati mediante un’azione antiinfiammatoria ed antalgica.
    • Laserterapia: sfrutta l’attività analgesica e miorilassante del fascio di energia indolore che viene applicato in zone circoscritte del corpo umano.
    • Agopuntura: mediante l’applicazione di sottilissimi aghi, messi in zone predefinite del corpo umano ed anche nelle zone dolorose riferite dal paziente, si ottiene un’ottima riduzione del dolore e della contrattura muscolare. In genere vengono svolte almeno 5 sedute (comunque non più di 10) 1 o 2 volte alla settimana. Gli aghi vengono tenuti per circa 25 minuti prima di essere tolti.
  7. Infiltrazioni di cortisone. Solo in alcune articolazioni è possibile fare delle infiltrazioni (cioè delle punture in articolazione) con del cortisone e dell’anestetico locale che aiutano a ridurre l’infiammazione ed il dolore. In alternativa ci sono le infiltrazioni a base di composti che oltre a disinfiammare posseggono anche la capacità di lubrificare l’articolazione.
  8. Glucosamina e condroitinsolfato.Tra le ultime proposte delle cause farmaceutiche, troviamo dei farmaci che proteggono e rivitalizzano la cartilagine esistente. Tali composti, sotto forma di compresse, sono degli integratori alimentari a base di glucosamina solfato e condroitin solfato la cui reale efficacia è tuttora dibattuta, lasciando ancora irrisolti molti dubbi sul loro utilizzo in termini di costo-beneficio.              Documento relativo : glucosamina e condroitinsolfato

Trattamento chirurgico


Il trattamento chirurgico viene riservato solo ai pazienti che non hanno avuto alcun beneficio da altri tipi di trattamento.

I trattamenti chirurgici sono numerosi e variano a seconda della sede anatomica. Per maggiori informazioni consultate la guida sull’artrosi dell’articolazione interessata.

Fratture dello scafoide

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Introduzione


Lo scafoide fa parte delle otto piccole ossa del carpo che costituiscono il polso. Le fratture dello scafoide sono spesso difficili da diagnosticare e da trattare e le complicanze possono essere numerose e comprendono la mancata consolidazione e la cattiva consolidazione, che alterano la meccanica del polso e possono provocare dolore, riduzione del mobilità articolare e della forza e possono evolvere verso un quadro artrosi precoce (consumo della cartilagine) dell’articolazione del polso (articolazione radiocarpica).

Anatomia


Ci sono due ossa nell’avambraccio (la parte compresa tra il gomito e il polso). Queste due ossa sono il radio e l’ulna. Il radio è sul lato del pollice mentre l’ulna sul lato del mignolo. Nella mano, ci sono otto piccole ossa conosciute come le ossa del carpo. Queste sono disposte in due file, una sopra l’altra. Nella fila prossimale (quella più vicina al vostro corpo) si trova lo scafoide. Assomiglia per forma e dimensioni ad una noce di anacardio. Collega e stabilizza le due filiere carpali (prossimale e distale) e si articola direttamente sul radio. L’irrorazione dello scafoide è precaria, questo è il motivo della mancata guarigione di molte fratture. Lo scafoide infatti ha una vascolarizzazione retrograda. Questo significa che il sangue che arriva nella parte più distale (più lontana) da 2 piccoli vasi mantiene la vascolarizzazione anche della parte più prossimale (più vicina). Questo tipo di vascolarizzazione dello scafoide rappresenta un problema in caso di frattura. Una frattura dello scafoide può interrompere il già debole flusso di sangue. Questo comporta il mancato l’invio di ossigeno e di sostanze nutritizie necessarie alle cellule ossee. Per questo motivo la guarigione può essere lenta e la frattura dello scafoide può non guarire.

Cause


Una frattura dello scafoide è generalmente causata da una caduta in cui la mano viene protesa in avanti a protezione con il polso iperesteso e con l’atterraggio sul palmo della mano. Le fratture dello scafoide si verificano in persone di ogni età, compresi i bambini. L’infortunio avviene spesso durante l’attività sportiva o in seguito ad incidente automobilistico. Gli uomini sportivi tra i 20 ei 30 anni sono maggiormente soggetti a questa frattura.

Fattori di rischio


Non ci sono rischi specifici o malattie che incrementano la possibilità di avere una frattura dello scafoide dopo una caduta . Alcuni studi hanno dimostrato che l’utilizzo di protezioni/tutori ai polsi durante le attività come il pattinaggio e lo snowboard può diminuire la probabilità di una frattura dello scafoide in seguito a caduta.

Sintomi


Le fratture dello scafoide di solito causano dolore e gonfiore alla base del pollice. Il dolore può peggiorare quando si muove il pollice o il polso, o quando si cerca afferrare oggetti . In alcuni casi il dolore non è grave ed è abbastanza tollerato dal paziente tanto da essere scambiato per una semplice distorsione. In qualsiasi dolore post traumatico al polso che non migliora/scompare entro un giorno bisognerebbe escludere una frattura dello scafoide recandosi in PS o presso il medico curante per gli accertamenti del caso.

Diagnosi


La diagnosi di una frattura dello scafoide può essere difficile perché non sempre i segni clinici sono tipici. Generalmente il paziente si reca in pronto soccorso o dal curante per il dolore e gonfiore al polso. Clinicamente il medico constata dolore alla palpazione dello scafoide in particolar modo nella regione chiamata “tabacchiera anatomica” ( regione che può essere individuata dorsalmente alla base del pollice in posizione di “autostop”) Le radiografie sono utili ma non sempre riescono a evidenziare la frattura che talvolta rischia di rimanere occulta. In caso di radiografia negativa con dolore sullo scafoide sarebbe opportuno ripetere le radiografie dopo 7-10 giorni. Una sottile linea di frattura non evidenziata al momento del trauma diventa meglio visibile con il trascorrere dei giorni per un fenomeno di rimaneggiamento osseo. Un tutore o una doccia gessata dovrebbe essere posizionate durante questo periodo di attesa con astensione ai lavori pesanti. La RMN risulta molto utile nei casi dubbi perché permette di evidenziare la frattura dello scafoide prima di poterla visualizzare su una radiografia.

Classificazione


Le fratture dello scafoide possono essere composte o scomposte (i due capi della frattura non più perfettamente congruenti). Sono classificate in base alla sede: terzo prossimale, terzo medio (collo), terzo distale o tuberosità . Le fratture del terzo medio sono le più frequenti, mentre le fratture del terzo distale sono molto rare. L’irrorazione dello scafoide è precaria , questo è il motivo della mancata guarigione di molte fratture. In linea generale più la frattura è prossimale (più vicina al radio) tanto più scarse sono le possibilità di guarigione della frattura. In base al tipo e alla sede di frattura il chirurgo della mano o l’ortopedico potranno stabilire se la frattura è stabile (va generalmente trattata in gesso ) o instabile (da operare).

Trattamento in gesso


Le fratture stabili, generalmente distali (nella regione più vicina al pollice) vengono trattate con un gesso. Questa regione dello scafoide possiede un buon apporto di sangue necessario per la guarigione. Il gesso di solito è sotto il gomito (ma talvolta sopra) ed include il pollice. Il medico controllerà la guarigione mediante periodici controlli radiografici o utilizzando la tomografia computerizzata (TAC). Il tempo necessario per la guarigione di queste fratture varia da persona a persona .In media il gesso viene mantenuto per un tempo di circa 6-8 settimane (ma anche 12 settimane in alcuni casi). Alla rimozione alcune volte sarà necessario mantenere ancora un tutore di polso per 3-4 settimane.

Anche alcune fratture “instabili” potranno essere trattata in gesso in pazienti che non vogliono o non possono (per le patologie secondarie) affrontare l’intervento chirurgico anche se con un numero elevato di complicanze (non guarigione della frattura, artrosi precoce del carpo)

Il trattamento chirurgico


Se la frattura è considerata instabile (perché prossimale o scomposta), lo specialista vi consiglierà un intervento chirurgico. L’intervento consiste nella stabilizzazione della frattura mediante l’impianto di un dispositivi meccanici (solitamente una vite ma vengono utilizzate anche cambre o fili metallici a seconda della scelta del chirurgo). L’incisione cutanea dipende dal tipo di frattura è può essere eseguita sul lato dorsale o sul volare (palmare) del polso. Esiste anche la possibilità di eseguire per alcuni tipi di fratture composte l’impianto di viti con tecnica percutanea con pochi millimetri di incisione cutanea.

In alcuni casi nei pazienti sportivi o pazienti molto motivati a ritornare alle attività lavorative/quotidiane con fratture composte e stabili (che quindi potrebbero essere trattate in gesso) si può optare per un trattamento chirurgico. Questo approccio ha il vantaggio di un recupero più rapido senza la necessità di mantenere un gesso per 2-3 mesi. Dopo l’intervento chirurgico sarà comunque necessario mantenere un tutore fino alla guarigione della frattura.

Raccomandazioni


Durante il periodo di immobilizzazione con tutore o gesso (in entrabi i tipi di trattamento) sarà necessario , salvo indicazione del vostro medico:

  • Evitare di sollevare carichi pesanti, spingere o tirare con il braccio
  • Non partecipare a sport di contatto
  • Non salire su scale o alberi
  • Evitare attività con un rischio di caduta sulla mano (per esempio il pattinaggio)

E’ molto importante mantenere il movimento delle dita durante il periodo di guarigione con il gesso e tutore. Alcune volte, nonostante la guarigione della frattura, il polso rimane rigido e sarà molto utile eseguire dei cicli di fisioterapia.

Complicanze


Pseudoartosi

La difficoltà di guarigione delle fratture dello scafoide sono determinate come già spiegato in precedenza dalla peculiare vascolarizzazione dell’osso e la tendenza all’instabilità di tali fratture (talvolta complicata dalla mancata diagnosi e dal trattamento inadeguato). Fino ai 6 mesi dalla frattura di parla di “ritardo di guarigione”. Dopo i 6 mesi si parla di “pseudoartrosi” ovvero la mancata guarigione dello scafoide. La pseudoartrosi è una complicanza osservata nel 10-15% delle fratture trattate in gesso. Questa condizione nella maggior parte dei casi è dolorosa e provoca un’alterazione della biomeccanica del polso portando nel tempo ad un’artrosi del polso. Il chirurgo della mano potrà proporvi un intervento chirurgico di stabilizzazione con vite o con fili metallici e con eventuale innesto osseo. L’innesto osseo può essere prelevato da avambraccio a dalla cresta iliaca (bacino) oppure può essere innesto osseo vascolarizzato (osso che mantiene un peduncolo vascolare in modo da portare un flusso sanguigno nella regione della pseudoartrosi).

La necrosi avascolare

Nelle fratture di scafoide (in particolare quelle prossimali) alcune volte l’apporto di sangue è talmente scarso che il frammento prossimale (quello più vicino al polso) può andare in necrosi avascolare. Per necrosi avascolare si intende la morte delle cellule ossee per assenza di vascolarizzazione. Anche questa condizione porta nel tempo ad un’artrosi del polso. Pe questo tipo di complicanza l’intervento più efficace è considerato l’innesto osseo vascolarizzato (innesto con osso che mantiene un peduncolo vascolare in modo da portare flusso sanguigno nella regione della necrosi).

Artrosi del polso

La pseudoartrosi e la necrosi avascolare dello scafoide nel tempo possono fare sviluppare un’importante artrosi del polso. I sintomi da artrosi includono:

  • Dolore al polso
  • Riduzione del movimento
  • Dolore nelle attività di sollevamento e presa

Se le radiografie mostrano un’artrosi del polso causata da una vecchia frattura dello scafoide, il trattamento si concentra sul miglioramento dei sintomi dell’artrosi. Inizialmente si può proporre l’utilizzo di un tutore quando il polso e dolente e l’utilizzo di farmaci antiinfiammatori. Quando la sintomatologia peggiora si possono eseguire diversi interventi chirurgici in base allo stadio e gravità dell’artrosi tra cui:

  • Denervazione del polso (per togliere le afferenze dolorose del polso)
  • Rimozione della prima filiera carpale
  • Artrodesi parziale (fusione di alcune ossa)
  • Artodesi totale del polso (fusione di alcune ossa con immobilizzazione permanente del polso )
  • Impianto di protesi di polso

Le cisti di polso

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Introduzione


cisti di polso dorsale

cisti di polso dorsale

Le cisti, dette anche gangli, costituiscono una patologia molto comune. Le cisti sono formazioni che contengono un liquido gelatinoso prodotto dalla cellule delle cisti. Queste cisti non sono tumori maligni e non lo diventano mai anche se sono considerate come tumori benigni. Queste cisti non sono tumori maligni e non lo diventano mai anche se sono considerate come tumori benigni. Le cisti possono teoricamente localizzarsi ovunque ma solitamente si formano sul dorso del polso, sulla parte palmare del polso , sulla base di un dito o sulla parte dorsale dell’ultima articolazione del dito (cisti mucoide).
La maggior parte delle cisti sono in collegamento con un’articolazione vicina o con la guaina di un tendine.

Questa guida vi aiuterà a capire:

  • Quali sono le cause
  • Come si diagnostica
  • Quali sono le opzioni di trattamento disponibili

 

 

Cause


cisti di polso volare

cisti di polso volare

Le cisti si formano in pazienti di ogni età. La formazione della maggior parte delle cisti è sconosciuta e spesso non appare in relazione con un traumi o una malattie . In alcuni casi invece rappresentano la manifestazione di un problema di un’articolazione (artrosi), di un problema dei legamenti del polso o di un problema di irritazione tendinea.

Una teoria suggerisce che le cisti del polso si formerebbero quando il tessuto connettivo degenera o è danneggiato da usura. Il tessuto danneggiato costituirebbe un punto di minor resistenza nella capsula articolare attraverso il quale il liquido articolare potrebbe fuoriuscire sviluppandosi e raccogliendosi in una cisti fuori dall’articolazione e aumentando di dimensioni nel tempo. Le cisti contengono materiale gelatinoso con sostanze chimiche normalmente presenti nell’articolazione.

 

Sintomi


Le cisti spesso sono asintomatiche o responsabili unicamente di un disturbo estetico.
Altre volte possono invece essere dolorose, soprattutto quando si manifestano all’inizio, e possono influenzano le attività quotidiane e sportive.
Queste cisti occasionalmente possono aumentare o diminuire di dimensioni o addirittura scomparire completamente.
Alcune volte specie nelle cisti palmari di polso di grosse dimensioni si possono avere delle compressioni del nervo mediano o ulnare, provocando problematiche di sensibilità alle dita (i sintomi sono rappresentati spesso da formicolio alle dita) e deficit della muscolatura della mano.

 

Diagnosi


Come si pone la diagnosi ?

La diagnosi di una cisti del polso o delle dita è essenzialmente clinica. La diagnosi si basa sulla posizione della tumefazione e sul suo aspetto. Sono in genere ovali o rotonde con una consistenza molle-elastica o alcune volte dura ( in particolare quelle che si ritrovano alla base e sul lato palmare delle dita e che hanno dimensioni di un pisello).
Se le cisti sono voluminose , l’ecografia o la RMN possono visualizzare meglio i confini con le strutture circostanti.
Potrebbe essere richiesta una radiografia per escludere problematiche post-traumatiche o degenerative (artrosi)

 

Trattamento


Le cisti del polso che non provocano dolori non devono necessariamente essere trattate con un intervento e a volte regrediscono da sole. L’aspetto estetico da solo non è sufficiente per porre l’indicazione all’intervento anche per la possibilità che esiti una cicatrice inestetica e/o dolorosa che può essere una soluzione peggiore della presenza della cisti. Se la cisti è provocata da un problema dell’articolazione o dei legamenti, è importante trattare dapprima questo problema per evitare recidive.

Se la cisti non è dolorosa e non comporta problematiche funzionali va semplicemente tenuta sotto controllo dal vostro medico . Le cisti di polso sono solitamente innocue e di solito non peggiorano nel tempo e non causano danni ai tendini, nervi o all’articolazione. Il 50 per cento delle cisti di polso scompare nel tempo.

Trattamento non chirurgico

Se la cisti è dolorosa e limita le attività lavorative o sportive o se la sua presenza non viene accettata dal paziente si possono prendere in considerazione anche trattamenti alternativi che possono includere:

  • L’aspirazione con un ago del liquido che si trova all’interno della cavità cistica, avvisando il paziente sulla possibilità che la cisti si riformi.
  • L’utilizzo di una polsiera armata che impedisca temporaneamente il movimento articolare del polso, permettendo tuttavia lo svolgimento delle attività manuali quotidiane e delle attività lavorative leggere.

Trattamento chirurgico

Se la cisti è dolorosa o limita le attività o i trattamenti non chirurgici precedenti non hanno portato beneficio si potrà prendere in considerazione l’intervento di asportazione della cisti.

L’intervento viene eseguito a in anestesia locale o regionale , in regime di Day Surgery. L’intervento si prefigge l’asportazione completa della cisti con il suo peduncolo. Questo può richiedere a volte la rimozione di una porzione della capsula articolare. In tal caso può rendersi necessario, dopo l’intervento a livello del polso , l’utilizzo di una tutore al polso per circa due settimane. Si effettua una medicazione dopo 5-7 giorni e la rimozione dei punti dopo 12-14 giorni. Sarete incoraggiati a muovere le dita e il polso subito dopo l’intervento chirurgico.
Si può riprendere un lavoro di concetto dopo 2 settimane dall’intervento; per un lavoro manuale è meglio attendere 3-4 settimane.

 

Complicanze


Come in tutte le procedure chirurgiche ci possono essere delle complicanze.
La cisti anche se rimossa completamente occasionalmente può recidivare. Le complicazioni possono consistere, oltre all’infezione, in una cicatrice dolorosa che migliora in genere in 4-5 mesi e nella lesione di un ramo nervoso sensitivo . Nel caso di asportazione di cisti volare esiste la possibilità di lesione della parete arteriosa dell’arteria radiale.

La cervicalgia

Introduzione


Il dolore al collo è una causa molto frequente che conduce i pazienti presso il proprio medico.

La colonna cervicale possiede una capacità di movimento molto superiore alle altre parti della schiena, tuttavia, la complessità della struttura anatomica delle vertebre, in associazione ad attività lavorative o sportive a rischio oppure a traumi, rendono il collo suscettibile ad essere colpito dal dolore.

Solitamente il disturbo comincia con un fastidio saltuario che può diventare sempre più frequente e continuo al punto da poter disturbare il paziente per buona parte della giornata.

Anatomia


La colonna vertebrale è formata da 34 vertebre, che sono messe in fila una sopra l’altra a formare una colonna, normalmente non dritta come un tubo ma con delle curvature.

La colonna cervicale comprende le prime 7 di queste 34 vertebre.

Le vertebre cervicali sono comprese tra l’ occipite (è la parte posteriore ed inferiore del cranio, posto proprio sopra il collo) e le vertebre toraciche (anche dette dorsali).

Ciascuna vertebra è formato da tessuto osseo che forma il cosiddetto corpo (è la parte anteriore) e da un arco vertebrale, che parte dalla parte posteriore del corpo della vertebra e si porta indietro a formare un anello. All’interno di questo anello si trovano le strutture nervose.

Ciascun corpo vertebrale è separato dal corpo vertebrale della vertebra vicina tramite un disco intervertebrale. Il disco è fatto di materiale fibro-elastico, molle e comprimibile, che ha la stessa funzione degli ammortizzatori delle automobili.

Esistono poi dei processi ossei detti peduncoli vertebrali che ciascuna vertebra possiede e che si articolano (sono sempre in numero di due, uno a destra ed uno a sinistra) con quelli della vertebra superiore ed inferiore. Nel punto di contatto tra i processi peduncolati di ciascuna vertebra, troviamo della cartilagine (la cartilagine è quello strato liscio e lucido che ricopre le superfici delle ossa che vengono a trovarsi vicine le une alle altre per formare una articolazione. Con la sua superficie liscia e levigata, la cartilagine offre un piano di scorrimento ideale tra le ossa che altrimenti offrirebbero un attrito troppo elevato per il corretto funzionamento di un’ articolazione).

Dal midollo spinale originano tutti i nervi che poi si portano verso gli arti superiori e gli arti inferiori.

I nervi, dopo essere originati dal midollo spinale, escono dalla colonna vertebrale attraverso dei tunnel formati da ciascuna vertebra con quella che sta sopra e con quella che sta sotto (ogni vertebra partecipa quindi a formare 2 tunnel ossei).

Cause


Qual è la causa del dolore?

Tra le tante cause possibili di cervicalgia (è il termine medico per indicare lo stato doloroso del collo) ricordiamo:

  • La spondiloartrosi (artrosi del rachide): è il processo degenerativo che si localizza alle vertebre. È un normale fenomeno nelle persone anziane anche se non è raro riscontrarlo anche in persone giovani che nel tempo si sono sottoposte a sforzi (lavorativi e non) o microtraumi ripetuti. È di più facile riscontro nelle donne e molto spesso non è possibile identificarne una causa specifica.
  • Stile di vita: posture scorrette, obesità, stress, eccessiva sollecitazione della muscolatura del collo per pratiche sportive scorrette, cuscino troppo alto o troppo basso, .
  • Fibromialgia: è una malattia caratterizzata da un intenso dolore causato anche da stimoli normalmente non dolorosi che colpisce tutte le zone del corpo. Colpisce in particolare donne giovani.
  • Artrite reumatoide e spondilite anchilosante: sono malattie croniche di tipo reumatologico
  • Il processo degenerativo del disco intervertebrale: ripetuti traumi o sforzi nel tempo possono avere lesionato le fibre del disco intervertebrale, che con il passare del tempo diventa sempre meno resistente perché sempre più povero di acqua al suo interno (è come la pelle che da elastica e resistente nel giovane, diventa secca, rugosa e facilmente lesionabile nella persona anziana). Il disco intervertebrale diventa così soggetto a delle rotture che spesso non sono sintomatiche (cioè non fanno male). Tuttavia anche le piccole lesioni possono peggiorare con il passare degli anni. Con il progredire della degenerazione, il disco diventa sempre più sottile e quindi le vertebre tendono a schiacciarsi tra di loro il che può causare una artrosi (cioè un consumo della cartilagine) tra i peduncoli vertebrali che diventano così anche essi fonte di dolore. A questo punto si può creare una instabilità vertebrale che altro no fa se non rischiare di peggiorare le lesioni al disco intervertebrale ed ai peduncoli vertebrali. In una qualunque di queste fasi il disco intervertebrale può rompersi al punto da causare un’ernia del disco che va a comprimere il midollo spinale o il nervo che da esso prende origine.
  • Contrattura muscolare: può essere la conseguenza di un precedente trauma (con o senza una frattura) ma anche il risultato di un’ernia del disco. In questo caso tra le cause più frequenti ricordiamo i tamponamenti automobilistici e la contrattura muscolare tensiva (data da stress psicologico).
  • Radicolopatia: è la sofferenza delle radici nervose che partono dal canale vertebrale. Viene avvertita dai pazienti con disturbi di tipo nervoso come senso di intorbidimento o formicolii agli arti superiori. Questi disturbi possono essere causati da un’ernia del disco, un’instabilità vertebrale o l’artrosi delle vertebre.
  • Ernie del disco intervertebrale: in questo caso il disco vertebrale che normalmente dovrebbe essere presente solo tra i corpi vertebrali, fuoriesce dalla sua sede e va a schiacciare il midollo spinale o le radici nervose che si trovano subito dietro ad esso. Dei microtraumi ripetuti nel tempo, possono creare delle piccole lesioni a livello della parte esterna del disco attraverso cui fuoriesce la parte interna del disco intervertebrale, normalmente più liquida (è come una specie di gel). Ci sono diversi gradi di gravità dell’ernia. Una grossa ernia non necessariamente è più dolorosa di una piccola ernia. Nei casi più lievi, il disco e solo “protruso” (cioè non è completamente fuoriuscito ma solo sporgente). Un’ernia del disco può causare dei fastidi come dolore, intorbidimento delle braccia o delle dita della mano e rigidità del collo.
  • Instabilità vertebrale: in alcuni casi una vertebra può scivolare (in genere in avanti) rispetto alle altre. In altri casi ancora la vertebra tende a scivolare in basso, avvicinandosi cioè alla vertebra sottostante.
  • Stenosi vertebrale : in questa condizione, il canale midollare (dove si trova il midollo spinale e le radici nervose prima di fuoriuscire dalla colonna vertebrale) è più stretto del normale. Questo restringimento può essere causato da un’ernia del disco, da speroni ossei (in caso di artrosi). In caso di ernia si può anche verificare una tale compressione sul midollo spinale da causare una “mieolopatia” cervicale cioè una sofferenza del midollo spinale che richiede una particolare attenzione medica (può causare problemi intestinali o vescicali, alterazioni della sensibilità e forza delle mani o degli arti inferiori).
  • Infezione: per fortuna è poco frequente ma se fosse confermata, richiederebbe un intervento medico immediato.
  • Frattura: capita in genere per traumi sul posto di lavoro o dopo incidenti stradali. Eè fondamentale in questo caso un’immediata immobilizzazione per evitare i rischi di lesione nervosa. In alcuni casi si rende necessario un intervento chirurgico di stabilizzazione.
  • Disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare: in questo caso si tratta in realtà di un dolore riferito che parte dall’articolazione della mandibola e l’osso temporale.

Sintomi


Quali fastidi provoca?

I fastidi che più frequentemente portano il paziente a lamentarsi con il proprio Medico sono:

  • Rigidità e dolore al collo che può associarsi a senso di rumori articolari quando muoviamo la testa
  • Dolore che scende alle braccia od alle scapole
  • Dolore che tende a migrare verso la fronte
  • Mal di testa
  • Vertigini, nausea, senso di scarso equilibrio, ronzio alle orecchie, irritabilità, disturbi del sonno
  • Rigidità del collo che può peggiorare stando in piedi
  • Debolezza muscolare agli arti superiori
  • Alterazioni della forza muscolare o della sensibilità (senso di formicolio oppure sensazione di avere come un guanto alla mano) al braccio, avambraccio od alla mano.

Quando andare dal Medico?


Molto spesso il dolore al collo viene gestito dal paziente con una discreta percentuale di successo. Tuttavia è utile sottolineare che nei casi in cui il dolore persistesse per oltre 1 o 2 settimane, conviene richiedere un controllo dal proprio curante di fiducia per evitare che il problema possa cronicizzare.

Almeno all’inizio conviene stare a riposo, interrompendo (o perlomeno riducendo) tutte quelle attività che scatenano o peggiorano il dolore. Potrà essere consigliato anche un ciclo con antidolorifici ed eventualmente miorilassanti.

Nel caso di persistenza dei sintomi vi consigliamo di eseguire una visita ortopedica.

Bisogna invece recarsi immediatamente da un medico quando il dolore sia comparso subito dopo un trauma, quando vi sia un’improvvisa perdita della forza alle braccia o quando ci siano degli improvvisi cambiamenti nella regolarità intestinale o vescicale, in particolare l’incontinenza.

Diagnosi


Come si fa la diagnosi?

La parte più importante è sempre rappresentata dalla storia clinica che il paziente riferisce al medico e dall’esame clinico.

Dovrete riferire al medico le cure che avete fatto fino a quel momento e quali di queste si sono rivelate utili.

Il Medico a cui vi rivolgete, deve potere essere in grado di valutare o sospettare la presenza un’infezione, malattie reumatiche, importante o progressivo deficit nervoso, traumi recenti ed in generale tutto cio’ che possa far richiedere degli esami specifici.

Tra gli esami che il vostro medico potrà richiedere ci sono le radiografie, importanti per valutare ad esempio i segni di artrosi o malattie reumatiche, segni di traumi ossei ed eventuali instabilità o restringimenti del canale vertebrale. In caso di sospetta lesione legamentosa con conseguente instabilità, potranno essere richieste delle radiografie cosiddette dinamiche (così chiamate perché si fanno con il collo in flessione e poi in estensione per vedere se le vertebre tendono a scivolare una sull’altra).

In caso di dubbio diagnostico, il Medico potrà richiedere degli esami quali una TAC o la Risonanza Magnetica

Solo in casi selezionati verrà programmata anche una scintigrafia ossea (si inietta un liquido nel sangue per vedere in seguito con una speciale radiografia dove c’è un problema di natura ossea od infettiva).

In alcuni pazienti, potrebbero essere ritenuti indispensabili anche degli esami del sangue oppure un’elettromiografia, che valuta se un certo gruppo di muscoli riceve la normale quantità di stimoli da parte dei nervi (in caso di sofferenza delle radici nervose, questo esame potrà darci un’idea del grado di sofferenza nervosa causato magari da un’ernia del disco).

Trattamento


Come si cura?

Trattamento non chirurgico

La terapia più opportuna si basa su una corretta diagnosi. In tutti i casi quando possibile, si pratica sempre la terapia non chirurgica che prevede molte opzioni tra cui ricordiamo:

  • Farmaci: associazione di antidolorifici con o senza farmaci miorilassanti. Il paracetamolo non ha gravi effetti collaterali (ma bisogna stare attenti nei pazienti con una funzionalità del fegato compromessa); naturalmente, se la risposta a questo tipo di molecola non è soddisfacente, esistono in commercio altre sostanze, anche se con più frequenti effetti indesiderati (i classici farmaci antiinfiammatori). Esistono anche dei farmaci che agiscono rilassando le fibre dei muscoli (si chiamano proprio miorilassanti) e che agiscono quindi sullo contrattura muscolare (uno degli effetti collaterali di queste medicine è il rallentamento psico-motorio, quindi conviene evitare di mettersi alla guida della macchina o eseguire lavori che richiedano molta concentrazione).
  • Collare morbido: al fine di rilassare i muscoli contratti (che danno il senso di collo rigido) e ridurre l’infiammazione. Tuttavia è stato osservato che il loro uso prolungato è sconsigliato, per cui non conviene usarli per più di qualche giorno.
  • Fisioterapia
    • kinesi terapia (esercizi muscolari) e/o manipolazioni
    • Applicazioni con TENS: si tratta di un’apparecchiatura che invia attraverso la pelle (non è quindi dolorosa perché non prevede alcuna iniezione) degli stimoli elettrici per ridurre il dolore. Non dovrebbe essere fatta nei pazienti con pace-maker o in pazienti incinte.
    • Cicli di ionoforesi con farmaci antidolorifici: sono delle applicazioni di farmaci antidolorifici che vengono fatti penetrare in profondità mediante delle correnti elettriche non dolorose. Sconsigliato nei portatori di pacemaker, mezzi di sintesi metallici, lesioni cutanee, epilessia.
  • Esercizi muscolari per mantenere un buon tono muscolare del collo (utile soprattutto alle persone che ad esempio stanno molto tempo davanti al computer)
  • Trazioni: possono essere fatte dal fisioterapista o dall’osteopata ma esistono anche dei sistemi da montare a casa propria che tramite delle corde ed una specie di cuffia fa presa sul mento e sul cranio, permettono di decomprimere dolcemente le vertebre sofferenti
  • Iniezioni epidurali: consistono in una miscela di anestetico (contro il dolore) e cortisone (contro l’infiammazione) che viene iniettata attraverso i muscoli del collo per rilasciare i farmaci vicino alle radici nervose. La loro efficacia è generalmente limitata nel tempo.
  • Iniezione selettiva al nervo: in questo caso mediante l’utilizzo di radiografie a bassa intensità radioattiva, i farmaci vengono iniettati mediante una siringa alla radice nervosa che causa i disturbi.
  • Iniezione articolare (infiltrazione) tra le faccette articolari: il farmaco viene iniettato selettivamente nell’articolazione tra i processi trasversi delle vertebre. Anche in questo caso si usa un apparecchio radiografico in sala operatoria.
  • Agopuntura: è praticamente indolore e prevede l’applicazione in varie parti del corpo di sottilissimi aghi che vengono tolti dopo circa 20 minuti.
  • Auricoloterapia: in questo caso si usano dei minuscoli aghi che vengono messi in zone particolari di un orecchio, dove rimangono fino a 3 settimane di seguito.
  • Massaggi: poco utili.

Trattamento chirurgico


Solo se necessario si prende in considerazione la chirurgia ma è bene chiarire

da subito che questa verrà praticata solo dopo un certo periodo (minimo 3 mesi) di tentativi non chirurgici.

Ci sono molte opzioni disponibili in base al tipo di patologia. Ricordiamo i trattamenti chirurgici più frequenti:

  • Foraminotomia: il foramen è il tunnel osseo formato da due vertebre nel quale passa il nervo. Questo tunnel osseo può essere ristretto per la presenza di osteofiti (sono degli speroni ossei comuni in chi soffre di artrosi) o di una infiammazione cronica.
  • Laminectomia: la lamina è un sottile strato di tessuto che copre come un lenzuolo la parte posteriore dell’arco vertebrale (l’arco vertebrale insieme al corpo vertebrale formano il canale dove troviamo il midollo spinale ed nervi). Laminectomia vuol dire rimozione della lamina, che ovviamente viene liberata solo in particolari punti. Questi punti sono quelli dove le strutture nervose sono “soffocate” dalle strutture ossee o discali che le circondano.
  • Discectomia: significa rimozione del disco intervertebrale. Viene fatta in caso di un’ernia del disco che causa una significativa sintomatologia dolorosa e dei deficit della sensibilità e/o della forza muscolare. Spesso questo intervento viene associato alla fusione definitiva delle due vertebre che racchiudono il disco erniato.
  • Fusione vertebrale: si tratta di azzerare i movimenti che esistono tra due vertebre trasformandole in un blocco unico. Il processo di fusione è uguale a quello che porta alla guarigione delle fratture (avviene cioè una calcificazione). Questo intervento viene eseguito in alcuni casi di fratture delle vertebre cervicali oppure in caso di instabilità tra due o più vertebre. Al fine di favorirne la stabilità iniziale, vengono impiantate almeno 4 viti metalliche nelle vertebre. Le viti sono quindi collegate tra loro attraverso delle piccole placche o dei piccoli tubicini di metallo.

La sindrome del tunnel carpale

Introduzione


La Sindrome del tunnel carpale (STC) è causata dalla compressione del nervo mediano a livello del polso nel suo passaggio attraverso il tunnel carpale, una condizione medica conosciuta anche come neuropatia compressiva.

Questa guida vi aiuterà a capire:

  • Dove si trova il tunnel carpale
  • Come si sviluppa e quali sono le cause della sindrome del Tunnel Carpale
  • Quali sono le terapie ed i trattamenti

Anatomia


Dove si trova il tunnel carpale e che cosa ci passa ?

innervazione sensitiva del nervo mediano

innervazione sensitiva del nervo mediano

Il tunnel carpale è uno canale – largo circa come il pollice – situato sul lato palmare del polso e formata dalle ossa del polso e dal legamento traverso del carpo, un nastro fibroso che costituisce il tetto del tunnel stesso . Questo tunnel è attraversata da un nervo molto importante per la mano, il nervo mediano, e da nove tendini che servono per piegare le dita.

Il nervo mediano permette la sensibilità al tatto al pollice , indice, dito medio e alla metà del dito anulare. Un ramo del nervo mediano controlla i muscoli tenari del pollice. I muscoli tenari consentono determinati movimenti del pollice ed in particolare permettono di toccare con il polpastrello del pollice la punta di ogni dito della stessa mano, un movimento chiamato opposizione.

Il nervo mediano all’interno del tunnel è situato sulla parte superiore dei tendini , appena sotto il legamento traverso del carpo . I tendini flessori sono importanti perché permettono il movimento delle dita indispensabili per afferrare oggetti . I tendini sono coperti da un materiale chiamato guaina sinoviale. La guaina sinoviale è un rivestimento scivoloso che permette i tendini di scorrere l’uno accanto all’altro durante i movimenti di estensione/flessione delle dita della mano .

Cause


sindrome tunnel  canale carpale - nervo mediano

il nervo mediano ed i suoi rami

Che cosa causa la sindrome del tunnel carpale?

I sintomi della sindrome del tunnel carpale sono causati dalla compressione del nervo mediano.

Il nervo mediano ha due funzioni principali: condurre dalla mano al cervello le sensazioni fisiche come il tatto del pollice , indice, medio e metà del dito anulare, e condurre segnali nervosi dal cervello alla mano che consentano principalmente di muovere il pollice.

La compressione del nervo mediano può interrompere questi segnali nervosi , riducendo il il senso del tatto e la capacità di movimento della mano.

Il tunnel carpale, attraverso il quale passa il nervo, per sua natura non può espandersi e qualsiasi condizione che causi un aumento di pressione all’interno del tunnel può comportare una pressione sul nervo. Nel tempo l’aumento di pressione all’interno del tunnel carpale può ridurre anche il flusso di sangue al nervo (condizione clinica conosciuta come ischemia del nervo), con conseguente perdita della funzionalità del nervo.

La compressione del nervo mediano si verifica generalmente quando le strutture che avvolgono i tendini (guaine sinoviali) si infiammano aumentando il volume e la pressione all’interno del tunnel carpale.

Esistono altri fattori che possono contribuire allo sviluppo di una sindrome del tunnel carpale:

  • Predisposizione genetica .Il tunnel carpale è più piccolo in alcune persone rispetto ad altri.
  • Movimenti ripetitivi. Le persone che eseguono movimenti ripetitivi con i polsi e le mani hanno una maggior probabilità di sviluppare la sindrome del tunnel carpale . Persone che svolgono determinate attività lavorative come la manifattura, l’assemblaggio su catena di montaggio, fruttivendoli, violinisti e falegnami hanno una predisposizione a sviluppare la sindrome del tunnel carpale. Alcuni hobby e sport che utilizzano movimenti ripetitivi della mano possono anche causare la sindrome del tunnel carpale come golf, il lavoro a maglia e il giardinaggio. Attualmente non è chiaro se l’utilizzo della tastiera del computer possa avere un ruolo nel provocare la sindrome del tunnel carpale, saranno necessarie ulteriori ricerche scientifiche.
  • Lesioni o traumi. Una distorsione o una frattura del polso possono causare l’aumento del volume e della pressione nel tunnel carpale aumentando il rischio della sindrome del tunnel carpale. Anche movimenti stressanti della mano e del polso possono causare un trauma , come ad esempio le forti vibrazioni causate da macchinari pesanti o utensili elettrici.
  • Gravidanza. Le donne in gravidanza a causa dei cambiamenti ormonali e della ritenzione idrica hanno un rischio maggiore di sviluppare una sindrome del tunnel carpale, in particolar modo durante gli ultimi mesi. Nella maggior parte dei casi la sindrome scompare dopo il parto.
  • Menopausa. I cambiamenti ormonali che si instaurano durante la menopausa possono aumentare il rischio di sviluppare la sindrome del tunnel carpale . Inoltre in alcune donne in postmenopausa alcune strutture del polso aumentano di volume e possono comprimere il nervo mediano.
  • Specifiche condizioni mediche. Persone affette da diabete, ipotiroidismo, edema ( eccesso di liquidi nei tessuti del corpo), lupus (una condizione in cui il sistema immunitario attacca i tessuti sani ), obesità (in particolare nei giovani ), linfedema (nelle pazienti che hanno subito una mastectomia e che hanno sviluppato successivamente un linfedema) e artrite reumatoide hanno maggiore predisposizione a sviluppare la sindrome del tunnel carpale.

I fumatori inoltre con la sindrome del tunnel carpale di solito sviluppano sintomi peggiori e guariscono più lentamente.

Sintomi


I sintomi più comuni della sindrome del tunnel carpale sono l’intorpidimento, il formicolio e il dolore alla mano. Questi sintomi prevalgono nelle prime tre dita della mano (pollice, indice, medio e parte dell’anulare) e compaiono tipicamente durante il sonno o al momento del risveglio ma possono essere scatenate da particolari posture o attività manuali come il cucito , la guida o sostenendo un peso. I pazienti riferiscono che scuotendo l’arto, cambiando nella posizione, massaggiandolo o talvolta immergendolo in acqua fredda riescono a migliorare la sintomatologia. Quando il disturbo progredisce, la sensazione di intorpidimento può divenire costante.

Il dolore successivamente può irradiarsi anche all’avambraccio e alla spalla, sintomi definiti “irritativi”.

Se la patologia si aggrava o si cronicizza possono comparire perdita di sensibilità delle dita , perdita di forza della mano in particola modo quella deputata al movimento di opposizione del pollice (vedi sezione Anatomia) e atrofia dei muscoli tenari ; sintomi definiti “deficitari.

I pazienti possono talvolta notare una presa più debole, una diminuzione della destrezza manuale ed una tendenza a far cadere gli oggetti. Questi sintomi sono imputabili alla riduzione della sensibilità o alla debolezza nella presa in opposizione del pollice alle dita lunghe.

Nel corso degli anni la sindrome del tunnel carpale tende ad aggravarsi anche se può rimanere stazionaria nel tempo in alcuni casi. I periodi invernali generalmente aumentano i sintomi della malattia, mentre nei periodi estivi questi tendono a rendersi meno evidenti.

Diagnosi


Come medici di individuare la condizione?

La diagnosi è sostanzialmente clinica.

Il medico vi chiederà di esporre la vostra storia clinica. Successivamente sui procederà ad un esame clinico approfondito. La descrizione dei sintomi e l’esame clinico sono le componenti più importanti per una diagnosi di sindrome del tunnel carpale.

Particolarmente rilevante per la diagnosi è l’anamnesi occupazionale; le attività lavorative impegnative che richiedono forza e ripetitività nei movimenti del polso in flesso estensione possono infatti predisporre a tale sindrome.

Un esame clinico mostra di solito che il mignolo è inalterato. Questo può essere un elemento chiave per fare la diagnosi. Se vi svegliate con la mano addormentata provate a valutare l dito mignolo per vedere se è insensibile e assicuratevi di informare il medico nel caso. Informate il medico anche in caso di comparsa della sintomatologia durante particolari attività come guidare o martellare.

Se i sintomi sono iniziati dopo un trauma al polso le radiografie potrebbero essere necessarie per verificare eventuali fratture associate .

Gli studi elettrodiagnostici come l’ elettromiografia / elettroneurografia ((EMG / ENG) possono confermare la diagnosi di sindrome del tunnel carpale.

L’esame elettroneurografico (ENG) viene eseguito con elettrodi di superficie e piccole scosse elettriche e permette di valutare la velocità sensitiva (la prima ad essere alterata nella Sindrome del Tunnel Carpale), la velocità motoria , la latenza e l’ampiezza delle risposte sensitive e motorie del nervo, stimolate dalla scossa elettrica.

Tuttavia per valutare adeguatamente la gravità della sindrome e per escludere compromissioni nervose a differenti livelli (ad esempio compressione cervicale) è necessario il completamento con esame Elettromiografico (EMG), eseguito utilizzando piccoli aghi che registrano l’attività muscolare.

Radicolopatie cervicali , plessopatie brachiali, polineuropatie in genere, possono frequentemente dar origine a sintomi che simulano una Sindrome del Tunnel Carpale e che solo un esame EMG/ENG correttamente ed interamente eseguito possono differenziare.

 

Trattamento


Cosa si può fare per la Sindrome del Tunnel Carpale ?

Il trattamento non chirurgico

L’indicazione non chirurgica è riservata ai casi iniziali , con sintomatologia lieve, in assenza di deficit neurologici ed elettromiografici o in pazienti non motivati all’intervento chirurgico. In gravidanza la sindrome del tunnel carpale è frequente nel primo trimestre; le pazienti vengono trattate con restrizione salina , diuretici , analgesici e tutori di posizione al polso e nella maggior parte dei casi vi è una risoluzione spontanea dopo il parto.

I presupposti per del trattamento non chirurgico sono:

  • Riposo: in caso di attività lavorative considerate a rischio , sarà necessario le proprie abitudini ed evitare l’utilizzo di alcuni strumenti musicali o strumenti vibratori. Le attività che causano i sintomi devono essere modificate o interrotte se possibile. Bisogna cercare di evitare movimenti ripetuti della mano, afferrare pesante, l’utilizzo di strumenti vibranti, ed i lavori che mantengano il polso piegato verso il basso ( flessione) o verso l’alto ( estensione).
  • Tutori: si tratta di tutori di polso in posizione neutra in modo da ridurre la pressione all’interno del canale . Si consiglia generalmente il loro utilizzo durante la notte alleviare l’intorpidimento o durante l’attività lavorativa diurna.
  • Terapia medica: Potrebbero essere prescritti anti-infiammatori per diminuire l’infiammazione delle guaine sinoviali; complessi vitaminici ( Vit B6 , acido alfalipoico) o neurotrofici per supportare lo stato di sofferenza del nervo.
  • Trattamento fisioterapico: laserterapia, ultrasuoni ionoforesi con risultati spesso insoddisfacenti
  • Infiltrazioni: alcuni medici propongono una iniezione di cortisone nel tunnel carpale . Questo farmaco è usato per ridurre infiammazione delle strutture contenute all’interno del tunnel carpale. È tuttavia una anovra a rischio in quanto sono stati attribuiti danni al nervo attribuiti al cortisone o ad una lesione meccanica diretta
  • Abitudini: Modificare alcuni abitudini come smettere di fumare, perdere peso (se si è in sovrappeso) e e ridurre l’assunzione di caffeina possono migliorare la sintomatologia.


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Trattamento Chirurgico

Se i sintomi sono gravi (deficit sensitivi – motori) o persistono dopo aver provato la terapia non chirurgica, la chirurgia può essere la migliore opzione.

Lo scopo della chirurgia del tunnel carpale è quello di alleviare la pressione sul nervo mediano, tagliando il legamento che comprime il nervo.

Solitamente l’intervento si esegue in anestesia locale.

L’intervento può essere eseguito in due modi diversi. Ciascuna tecnica ha dei rischi e dei benefici che andrebbe discussi con il chirurgo prima dell’intervento chirurgico.

  • Chirurgia endoscopica. La chirurgia del tunnel carpale può essere eseguita utilizzando un endoscopio, un piccolo dispositivo con una piccola telecamera che consente al medico di vedere all’interno del tunnel carpale e di eseguire l’intervento attraverso delle piccole incisioni al polso o alla mano. Ai vantaggi di una cicatrice più piccola e di un ritorno alle attività quotidiane più rapido si associano possibilità più elevate di lesioni del nervo o di aperture non complete del canale.
  • Chirurgia a cielo aperto. L’intervento chirurgico consiste nel fare un’incisione più grande (di circa 2-4 cm) nel palmo della mano sopra il tunnel carpale e tagliando il legamento per liberare il nervo. Con questa tecnica il chirurgo ha la visione diretta su tutte le altre strutture che passano nel canale del carpo e permette l’esplorazione del nervo mediano in tutto il suo decorso, non solo all’interno del canale .Con questa tecnica si possono eseguire in caso di necessità anche procedure aggiuntive rispetto alla chirurgia endoscopica come la neurolisi ( liberazione del nervo da eventuali compressioni ulteriori o la tenosinoviectomia (asportazione delle guaine sinoviali infiammate dai tendini).

Dopo l’intervento chirurgico


Cosa devo aspettarmi dopo il trattamento?

Con entrambe le tecniche il recupero è veloce . Il chirurgo vi incoraggerà ad utilizzare la mano dopo l’intervento chirurgico per tornare gradualmente alle proprie attività quotidiane evitando inizialmente sforzi e movimenti eccessivi della mano.

Ad intervento eseguito il dolore generalmente si risolve velocemente, mentre le parestesie ( sensazione di formicolio) possono perdurare anche per alcune settimane in quanto il nervo, quando molto compresso, recupera molto lentamente. Se la compressione è durata troppo a lungo provocando una deficit (paralisi) dei muscoli tenari (del pollice) molto difficilmente si riesce a recuperare dopo l’intervento.

I punti si rimuovono alle 2 settimane circa dall’intervento . In alcuni casi potrebbe essere necessaria della fisioterapia. Si consiglia generalmente di massaggiare la cicatrice con crema base (“ massaggio di scollamento”) e di evitare per i primi mesi di prendere il sole sulla cicatrice.

Sindrome della benderella ileotibiale

Anatomia


La benderella  ileotibiale(o tratto ileotibiale) è il tendine comune di due muscoli, il grande gluteo e il muscolo tensore della fascia lata. Si inserisce sulla faccia esterna della tibia (in un punto chiamato tubercolo del Gerdy), subito al di sotto dell’articolazione del ginocchio. Nel suo decorso, essa passa superficialmente ad una protuberanza ossea detta epicondilo femorale laterale (parte esterna del ginocchio), da cui è separata da una struttura chiamata “borsa sierosa” che permette lo scorrimento

 

Che cos’è la sindrome della benderella e perchè si sviluppa?


La sindrome della benderella ileotibiale è una borsite, cioè un’infiammazione della borsa sierosa di scorrimento causata dal ripetuto ed eccessivo spostamento e sfregamento del tendine al di sopra dell’epicondilo femorale laterale (parte esterna del ginocchio), che viene scavalcato continuamente nei movimenti di flessoestensione del ginocchio. Infatti a ginocchio esteso il tendine si trova davanti all’epicondilo ,lo ricopre quando il ginocchio riflesso a 30° circa., e si trova dietro quando il ginocchio è flesso Poichè non si tratta di una borsa propriamente detta, si preferisce parlare di sindrome piuttosto che di borsite.

È una delle cause più frequenti di dolore al ginocchio nei corridori. È descritta anche nel lanciatori di martello, nei ballerini di aerobica, nei ciclisti nei velocisti e in chi pratica sport con la racchetta. .

Il dolore e infiammazione nella parte esterna del ginocchio, dove la banda Ileotibiale diventa fibrotica, è il risultato di una sindrome da frizione dovuta dallo sfregamento di questa struttura nei movimeti di flessoestensione del ginocchio.

 

Sintomi


Il sintomo caratteristico è il dolore al ginocchio esterno correlato alla corsa o ad altre attività sportiva.. I sintomi di solito spariscono a riposo. Il dolore è peggiore nelle corse in discesa o in circuiti circolari, il dolore può essere presente nel salire e scendere le scale. Come per le altre lesioni da usura l’insorgenza della progressione dei sintomi sono spesso caratteristici. È probabile che un corridore ad esempio abbia dolore per la prima volta solo dopo aver corso. Successivamente il corridore può iniziare ad avere dolore mentre corre e alla fine il dolore diventa così costante ed intenso da precludere la possibilità di correre e da interferire con l’attività quotidiane.

 

Cause


La sindrome della benderella ileo tibiale è causata dalla eccessiva frizione della porzione distale della benderella ileo tibiale sul epicondilo femorale laterale. Qualsiasi movimento che causa alla gamba un piegamento interno ed una intrarotazione stira la ITB contro il femore. Questo movimento ripetuto nel tempo provoca la sintomatologia. Vi sono alcune cause predisponenti: · ginocchio varo · discrepanza di lunghezza degli arti · eccessiva pronazione (i corridori che pronano eccessivamente il piede aumentano la forza torsionale intrarotatoria del ginocchio causando l’aumento di tensione della benderella ileo tibiale) o supinazione del piede · insufficienza del quadricipite Errori di allenamento: · Scarso esercizio di stretching · Scarpe da corsa non adatte od usurate · Un recente aumento delta distanza percorsa · Corsa su tracciato inclinato o corto o circolari · Corsa costante su un lato di una strada dissestata · Nel ciclismo eccessiva forza torsionale intraoperatorio del ginocchio per una non corretta regolazione del cinghietto.

 

Diagnosi


La diagnosi è esclusivamente clinica. A conferma di un preciso sopetto clinico, lo specialista può richiedere un’ecografia, che dimostrerà le caratteristiche alterazioni bursali (versamento, edema). In alcuni casi è possibile dimostrare un anomalo conflitto tra epicondilo e benderella nei movimenti di flessoestensione (ecografia dinamica).Questa sindrome, poichè entra in diagnosi differenziale con affezioni intra-articolari (lesione del menisco laterale), può richiedere a volte indagini aggiuntive (risonanza magnetica) per raggiungere una diagnosi di certezza.

 

Trattamento


Questa sindrome, come tutte le patologie infiammatorie da sovraccarico, si giova in fase acuta della sospensione dell’attività fisica per alcune settimane, dell’assunzione di farmaci anti-infiammatori e dell’applicazione di una borsa del ghiaccio a periodi alterni.

Lo stretching del grande gluteo e del tensore della fascia lata sono essenziali non solo ad alleviare i sintomi ma a prevenire delle recidive.

Ricordate che lo stretching è parte integrante non solo del programma riabilitativo, ma anche del programma di allenamento quotidiano di uno sportivo.

Vi suggeriamo un programma di stretching (come spiegato nel paragrafo successivo) da ripetere su entrambe gambe due o tre volte al giorno.

Fondamentale è riprendere gli allenamenti della corsa gradualmente. Il tempo di guarigione varia solitamnete dalle 3 alle 6 settimane.

Il vostro specilista potrà proporvi anche delle terapie fisiche quali gli ultrasuoni, la laserterapia e la ionoforesi che possono coadiuvare il processo di guarigione.

Raramente la sindrome della benderella richiede un trattamento chirurgico: in questi casi, in cui vi può essere un’alterazione anatomica del tendine, si esegue una detensione chirugica della porzione di tendine che entra in conflitto con l’epicondilo.

 

Programma di Stretching


Ogni esercizio deve essere eseguito due-tre volte al giorno, eseguedo due ripetizioni per ogni esercizio su entrambe le gambe. Tenere ogni volta la tensione per 5 secondi.

1. STRETCHING DEGLI ABDUTTORI DELL’ANCA

In stazione eretta con gli arti inferiori estesi, piedi uniti. Piegarsi al massimo verso l’arto opposto a quello che deve essere stirato. Il ginocchio dell’arto non sottoposto all’esercizio può essere flesso.

2. STRETCHING DELLA BENDERELLA ILEOTIBIALE

In stazione eretta con le ginocchia estese; incrociare l’arto che deve essere sottoposto a stretching più possibile dietro l’altro. Piegarsi lateralmente verso l’arto anteriore.

3. STRETCHING DELLA BENDERELLA ILEOTIBIALE

Assumere la stessa posizione del punto 2. Flettere un poco il ginocchio dell’arto posteriore. Muovere il tronco verso il lato non interessato e le anche verso il lato dove deve essere effettuato lo stretching. Si deve avvertire la tensione sul margine laterale del ginocchio flesso.

4. STRETCHING DEGLI ISCHIOCRURALI E DELLA BENDERELLA ILEOTIBIALE

In stazione eretta con le ginocchia estese. Incrociare gli arti inferiori in modo che 1′arto da stirare si trovi dietro t’altro. Inclinare il tronco verso il basso e in fuori verso L’arto anteriore, tentando di raggiungere il tallone dell’arto da stirare.

5. STRETCHING DELLA BENDERELLA ILEOTIBIALE

In decubito sul lato dell’arto sano con la schiena a pochi centimetri dal bordo del lettino. Flettere l’anca dell’arto sano per mantenere l’equilibrio. Estendere il ginocchio dell’arto da sottoporre allo stretching e porre l’arto fuori dal bordo del lettino in modo che l’arto sia diritto. Lasciare che la gravità porti verso il basso l’arto, producendo lo stretching.

6. STRETCHING DELLA BENDERELLA ILEOTIBIALE

In decubito sul lato dell’arto da sottoporre a stretching con il ginocchio esteso e fatto in linea con il tronco; flettere il ginocchio dell’arto superiore e mettere le mani direttamente sotto le spalle per sopportare il peso del tronco. Sollevarsi estendendo le braccia il pin possibile. L’arto da sottoporre a stretching deve essere tenuto diritto per avvertire la massima tensione all’anca.

 

Consigli per gli sportivi


Adottate semplici regole per trattare questa sindrome e prevenire recidive:

  • Sospensione dalla corsa fino a quando non diventa asintomatica
  • Ghiaccio sulla parte, prima e dopo l’esercizio.
  • Stretching come indicato precedentemente
  • Antiinfiammatori per via orale sotto controllo del medico curante
  • Sospensione parziale della corsa e attività che comprendono ampie flessoestensioni del ginocchio (bicicletta, corsa, scendere le scale, sciare)
  • Evitare di correre in discesa.
  • Evitare di correre su superfici inclinate su strada.
  • Aumentare gradualmente il programma d’ allenamento ed inserire dei riposi nel programma d’allenamento.
  • Indossare scarpe da corsa nuove e leggere piuttosto che scarpe rigide. Indossare scarpe corrette è fondamentale, e se necessario calzare con ortesi atte ad evitare un’eccessiva pronazione del piede
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